CAROL RAMA
UNIQUE MULTIPLES
a cura di Elena Re
Bologna, Villa delle Rose
fino al 30.03.2025
“Lavoro sempre sul vissuto. Sul vissuto anche immaginario. Se ho la forza”
Davvero singolare l’avventura creativa di Carol Rama al confine fra due secoli. C’è un filo rosso lungo il suo percorso, quella tendenza alla sovversione come all’esplicita connotazione sessuale dei suoi lavori, in definitiva una ricerca di immediatezza che non si preoccupa di nessun canone predefinito. “Credo che non esista libertà senza squilibrio. Ma tanto, squilibrati lo siamo abbastanza tutti.” Accade che la sua prima personale nel 1945 alla galleria Faber della natìa Torino viene chiusa per oscenità e nei decenni seguenti le sue apparizioni si fanno rare, pur continuando a lavorare: “Allora mi è successo che l’unico momento in cui riuscivo a cavarmela era mentre lavoravo. Allora ho sempre lavorato. È sempre stato così. perché l’ho messo davanti a tutto. Dirò che l’ho messo davanti all’amore, al desiderio, avanti a tutto.” Sarà negli anni ’90 l’incontro con Franco Masoero, editore-stampatore torinese, a far ripartire una successione di mostre e interventi. Gli Unique Multiples esposti a Villa delle Rose sono realizzati fra il 1993 e il 2005, anni molto importanti per Rama. Per Multipli si intende la riproduzione di un lavoro con piccole variazioni, ma anche le variazioni su uno stesso tema e decisive sono le successioni dei vari soggetti in ogni stanza dell’esposizione. Si tratta di acqueforti, incisioni, lavori su carta che prevedono spesso un tracciato su cui Carol Rama interviene, come vecchi disegni industriali di caldaie o macchine a vapore e ancora architetture antiche o prospettive da manuali. Capita anche di imbattersi in una poesia inviata via fax a firma di Sanguineti, a cui è legata da significativa complicità artistica : “ il mio amico di sempre è Edoardo Sanguineti, la persona più preparata e più libera che conosca.”
Acqua tinta e smalti per unghie sono gli elementi più propriamente pittorici per i suoi interventi, di modo che forme e colori si intagliano fra loro e si impastano conservando al tempo stesso il proprio carattere. In queste opere c’è contenuto e c’è ispirazione, una tecnica accurata coniugata a una splendida dimensione poetica, dove rintracciamo malinconia e rabbia al pari di gioia e ironia. “Ho sempre confuso la sensibilità con l’emotività. Passo a vita ad ascoltarmi per espellere le cose che mi fanno soffrire.” Il mondo di Carol Rama, quel suo potente e irradiante immaginario, è popolato di parti del corpo (mani, piedi, gambe, lingua) al pari di oggetti e mappe. Possiamo dire che tutta la sua opera è una grande mappatura di visioni e pulsioni, opera originata dal “cortocircuito fra interiorità e mondo esterno” – annota la curatrice Elena Re. Non manca la memoria personale o il suo costituirsi come artista senza mediazioni quando afferma “Tutto e niente è autobiografico. Non so chi è, sarà una modella, un’attrice, una fantasia. Scarpe e corona di fiori fanno parte dell’abbigliamento. Sono io che abito la persona che dipingo, e sono io che decido l’arredo.” Carol Rama si esprime senza regole, istintiva e immediata entra e esce da più schemi e questo non per estetica predefinita quanto come esito artistico. Una bellissima e continua esplorazione fra passioni irregolari e un’ altrettanto irregolare visione del mondo alla larga da inutili manierismi. In parallelo a movimenti artistici del suo tempo, Rama ha svolto la sua opera in totale e coraggiosa indipendenza e la mostra Unique Multiples lo testimonia egregiamente.
“Noi non abbiamo mai un’idea sola, almeno io. Ne ho tante accavallate. Invece nei quadri lo posso fare. Ho iniziato a mettere degli oggetti, delle pezze, degli stracci, e poi ho cominciato a scegliere le camere d’aria, perché mi erano anche familiari. Io ho sempre lavorato d’istinto, come adesso.”
Elisabetta Beneforti
In Visita. Maria Lai
Palazzo de’ Rossi
Pistoia
22 settembre 2024 – 23 febbraio 2025
Catalogo a cura di Monica Preti e Annamaria Iacuzzi
Con un testo critico di Francesco Tedeschi
“ ascoltavo il silenzio.
Mi sembrava bellissimo “
Per la grande artista Maria Lai la vita è aprire in successione una serie di porte con il fine di scoprire cosa c’è oltre, una posizione decisamente estetica di movimento e ricerca. Sempre legata a storia e tradizioni della sua terra, la Sardegna, sceglie di vivere temporaneamente anche in altre città, le continentali Roma e Venezia fra tutte, lungo il filo fecondo di scambio e conoscenza con esperienze artistiche plurime: gli studi accademici di scultura, il figurativo negli anni giovanili, i nuovi linguaggi dell’arte nei ’60 come Informale, Arte Povera, ready-made. Sono frequentazioni e amicizie che espandono la sua visione artistica per farla approdare finalmente alla sua personale poetica. Afferma Maria Lai che “essere è tessere”, dedicando ai suoi lavori più materiali – dalla stoffa al velluto, dal legno allo spago, dalle tempere al filo. Nascono opere naturalmente definite ‘tessili’, dove la trama e l’ordito sono la tecnica combinatoria a rappresentanza della sua visione nonché percezione del mondo.
Nel progetto In Visita a Palazzo de’ Rossi, apprezzabile dialogo fra opere del Novecento italiano e internazionale, incontriamo “ Senza titolo (Geografia)”. Questo lavoro emblematico del percorso di Maria Lai è accompagnato da una traccia audio con la voce dell’artista, traccia suggestiva dal video Documenti. Il viaggiatore astrale.2008-2009. Gli intarsi e gli intrecci fra tessuti vogliono qui raccontare di pianeti e assetti astrali, mappe imprescindibili per viaggi e esplorazioni. Cielo e terra rimangono trapuntati in elementi geometrici, quanto il finito e l’infinito si incontrano e si scontrano. Per Maria Lai “Come il razzo spaziale, l’uomo è un artificio nella natura, destinato a raggiungere l’infinito. Anche se spesso ricade sulla Terra dove si sente più al sicuro.” Le eventuali discontinuità fra fili e tessuti ci ricordano le crisi del nostro fragile mondo, quelle frane che storicamente riguardano il pianeta. In questo lavoro degli anni ‘80 come in tutta la produzione di Maria Lai vive il mito femminile della tessitura, laddove proprio nella tessitura del filo risiede il simbolo della vita e della conoscenza. Si ritorna alle tradizioni ancestrali della sua Sardegna, intimo legame con la natura e la terra madre che ritroviamo nei “Telai” (affascinante l’intreccio tra pittura e scultura) e nella performance “Legarsi alla montagna” (prima opera di Arte Relazionale in Italia). Occorre sempre legare e collegare, perché tessere è significativa operazione di scrittura e racconto.
Elisabetta Beneforti
VERA LUTTER
SPECTACULAR. UN’ESPLORAZIONE DELLA LUCE
Fondazione MAST
Bologna
Fino al 6 gennaio 2024
Il respiro dello sguardo è la prima e immediata impressione tangibile davanti alle fotografie di Vera Lutter. Viaggiamo senza soluzione di continuità fra aeroporti e cantieri, attraverso il nuovo e il vecchio continente: la Battersea Power Station a Londra, la fabbrica della Pepsicola a Long Island, il capannone dello Zeppelin, il radiotelescopio a Effelsberg in Germania. Questi e altri temi ricorrenti si trovano dentro e fuori dal tempo, riprodotti in stupefacenti foto di grandi dimensioni che non sono il risultato di ingrandimenti bensì il prodotto di un’estetica ben definita. Guardare questi lavori (tutti provenienti da collezioni private) è visitare delle opere nate con la tecnica antica dell’arte fotografica, un ritorno affascinante alle sue origini, come fosse un’archeologia modernizzata. Di assolutamente contemporaneo sono i soggetti interessati, quelle grandi infrastrutture riguardanti viaggi e trasporti tanto affini al processo di lavoro della Lutter. In entrambi i casi è implicita una serie importante di attraversamenti. Di antico è il processo scelto con l’ausilio di grandi camere oscure -il luogo deputato per l’attraversamento e la creazione!- ottenute dal recupero di container marittimi, in seguito modificati per il nuovo utilizzo artistico. Attraverso il foro stenopeico in una delle pareti la luce percorre la camera oscura e colpisce la carta sensibile. Un’affollata corsa di fotoni produce l’immagine e le idee si trasformano in fenomeni, in parallelo con il dispositivo fotografico che si è fatto architettura, spazio abitabile. I tempi di posa si prolungano inevitabilmente da qualche giorno a settimane intere, determinando spesso contorni spettrali e tracce eteree nei soggetti. Nell’imponenza dell’infrastruttura non si perdono tuttavia i minimi particolari in essa contenuti, è proprio in questi continui rimandi che lo sguardo si smarrisce e si ritrova come in un gioco con l’opera. C’è ancora un ulteriore motivo di fascinazione in queste fotografie spettacolari: ci troviamo di fronte a immagini in negativo, protagonista assoluto con il suo trasporre le luci in ombre e viceversa. Vera Lutter ci consegna il mondo come in un sogno lattiginoso, all’interno del quale viene scartato ciò che si muove velocemente, dunque una fotografia che per sua natura risulta l’opposto dell’istante decisivo. Aggiungiamo anche non riproducibile, in quanto i lavori della Lutter sono pezzi unici che non possono essere ristampati. Spettacolari e poetici.
Elisabetta Beneforti